«I
provvedimenti europei vengono attuati spesso in ritardo dagli Stati»
E cita il caso italiano della direttiva sui pagamenti alle aziende.
Bruxelles: Cinque anni di Europa ormai alle spalle. Per prima cosa: un
giudizio sul suo mandato e su ciò che ha prodotto il Parlamento europeo
in questi anni.
«Credo di avere lavorato molto in Europa, e bene, ma saranno i
cittadini a giudicare se ho operato con risultati soddisfacenti. Mi è
stato concesso l’onore e la responsabilità, a meno di 30 anni,
nonostante fossi la più giovane europarlamentare italiana, di essere
relatore di dossier importanti. Tra questi il nuovo regolamento sulla
produzione degli standard, fondamentali per gli interessi di 23 milioni
di aziende europee e di 500 milioni di cittadini dell’Ue. Sono stata
relatrice per il Parlamento europeo del regolamento sulla denominazione
dei prodotti tessili, di quello sulla sicurezza generale dei prodotti e
sulla protezione dei dati. Ho seguito la direttiva ritardi dei
pagamenti. Il Parlamento europeo in questi anni ha varato provvedimenti
importanti, soprattutto a favore delle Pmi. Oltre alla standardizzazione
e alla direttiva ritardi, va ricordato lo Small Business Act, il codice
per le piccole imprese, Erasmus per i giovani imprenditori, il
regolamento sui prodotti tessili e su quelli alimentari, il piano Cosme,
fondamentale per il sostegno al credito e all’internazionalizzazione,
il programma potenziato a favore di ricerca e innovazione, le direttive e
i regolamenti a completamento del mercato unico, il brevetto europeo».
Questi anni di mandato sono stati contraddistinti da una
profonda crisi economica che ha, inevitabilmente, mutato l’idea di
Europa: rafforzandola per molti aspetti ma anche alimentando un generale
euroscetticismo rafforzato da spinte populistiche. Come è stata vissuta
la crisi e se ci sono stati interventi efficaci da Bruxelles.
«L’Europa si è mossa in ritardo e la prima risposta è stata
quella dell’austerity. Sono stati varato il “six-pack”, il “two-pack”
per un maggiore controllo delle politiche di bilancio. Giusto mettere in
conti in ordine, altrimenti le crisi finanziarie diventano crisi
economiche. Ma poi si è visto che il solo rigore non bastava, anzi
rischiava di aggravare la situazione. Ora c’è finalmente maggiore
condivisione per una linea che punti sulla crescita. Complice la crisi, è
stata finalmente decisa una road map verso le quattro unioni: bancaria,
economica, fiscale e politica. Ma a mio giudizio servono modifiche
anche dei Trattati se vogliamo veramente perseguire l’obiettivo degli
Stati Uniti d’Europa. La Bce, per esempio, deve diventare prestatore di
ultima istanza sul modello della Federal Reserve americana. Continuare a
esercitare il mero ruolo di stabilizzatore dei prezzi è insufficiente.
Deve incidere di più sull’economia reale e non certo attraverso
strumenti estemporanei o eccezionali come il prestito di mille miliardi
alle banche con un tasso di interesse all’uno per cento, senza che ciò
abbia fatto sentire i suoi effetti, in termini di maggiore apertura al
credito, a imprese e famiglie».
L’accusa che viene spesso usata contro l’Europa è il presunto
immobilismo rispetto alle esigenze dei singoli paesi e ad un presunto
eccesso di burocrazia. E’ veramente così oppure è un modo per accendere i
riflettori solo per le cose “negative” dell’Europa?
«L’80% delle leggi italiane sono un recepimento di direttive o
regolamenti europei. Semmai il problema è che spesso i provvedimenti
europei vengono attuati in ritardo dagli Stati membri. Penso, e mi scuso
per il gioco di parole, alla direttiva sui ritardi nel pagamento dei
crediti delle imprese da parte della pubblica amministrazione. Che è
entrata in vigore in Italia tre anni dopo l’approvazione da parte della
plenaria di Strasburgo».
Per arrivare ad una più forte integrazione in Europa quale percorso si sente di suggerire?
«Occorre ridisegnare una nuova Europa. Nel programma del Pdl per
le elezioni nazionali dello scorso febbraio erano già indicati alcuni
punti cruciali per un vero cambiamento: attribuzione alla Bce del ruolo
di prestatore di ultima istanza sul modello della Federal Reserve
americana, eurobond e project bond, esclusione delle spese di
investimento dai limiti del Patto di stabilità europeo, elezione
popolare diretta del presidente della Commissione europea, ampliamento
della potestà legislativa del Parlamento europeo».
Parliamo delle sue battaglie: lei sostiene con tenacia il
progetto “Orizzonte 2020”. Di cosa si tratta? Quali sono le sue
aspettative?
«È il programma quadro per la ricerca e l’innovazione che gestirà
fondi per 70,2 miliardi nei prossimi 7 anni. La dotazione è aumentata
di 22 miliardi rispetto al precedente programma. Uno sforzo non
indifferente che lancia un messaggio coraggioso e chiaro: si esce dalla
crisi investendo nella ricerca e nell’innovazione. Il nuovo programma
post 2013 è molto innovativo e mira al supporto alla crescita di nuove
imprese, all’ammodernamento delle università, alla fondazione di centri
di ricerca d’avanguardia. La promozione dell’eccellenza scientifica
consentirà di rafforzare la nostra leadership industriale e sosterrà le
Pmi. E servirà a dare un freno al fenomeno tristemente noto dei
“cervelli in fuga”, di coloro che si sono formati all’interno degli
Stati membri dell’Unione e che poi si recano in Paesi extraeuropei per
avere delle valide opportunità per mettere a frutto le competenze
acquisite».
Un altro tema “caldo” nella sua agenda è la “questione
giovanile”: formazione e occupazione di noi giovani; come è stata
affrontata?.
«La disoccupazione giovanile in Europa è del 23 % ma è a macchia
di leopardo. I tassi più bassi sono in Germania, dove è al 7,5%, e in
Austria all’8,6%; e ha picchi in Spagna al 57,7% e in Grecia al 57,9%,
mentre in Italia è al 41,6%. La perdita economica imputabile al
disimpegno dei giovani dal mercato del lavoro è stata stimata in 153
miliardi di euro. La conferenza per l’occupazione giovanile che si è
tenuta a Parigi, presenti i leader Ue, ha deciso di mettere in campo 45
miliardi di euro per contrastare la disoccupazione dei giovani in
Europa, soprattutto attraverso tre strumenti fondamentali: il primo è la
Youth guarantee, con l’obiettivo che tutti i giovani di età inferiore a
25 anni ricevano un’offerta qualitativamente valida di lavoro,
proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio entro un periodo di
quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema
d’istruzione formale. Quindi, attraverso i finanziamenti della Bei e
del Fondo sociale europeo. Personalmente ritengo interessante la
proposta, che ho sottoscritto, avanzata dai giovani del Partito popolare
europeo dello Yepp: riduzione delle imposte per le aziende che
impiegano giovani under 30; colmare il divario tra istruzione superiore e
mercato del lavoro prevedendo apprendistati e tirocini come parte
integrante del curriculum di tutti gli studi e relativi corsi; spingere i
giovani all’autoimprenditorialità garantendo il sostegno alle start-up
con venture capital e attraverso incubatori di imprese sul modello
americano».
E’ stata vicepresidente per il mercato interno e la
protezione del consumatore e ha lotta ancora per la difesa del marchio
Italiano: con quali risultati?
«Da quando sono entrata in Parlamento, nel 2009, mi sono spesa in
ogni modo sulla battaglia per il “made in” che contempli la chiara
indicazione di provenienza dei prodotti in etichetta, che valorizzerebbe
la manifattura italiana. La commissione Mercato interno del Parlamento,
di cui sono membro, ha recentemente approvato la nuova proposta di
Regolamento presentata da Antonio Tajani, responsabile Ue per
l’industria e Tonio Borg, commissario alla Salute che impone
l’indicazione di origine dei prodotti. Un successo che però ora dobbiamo
difendere contro gli degli interessi dei Paesi del Nord a mantenere lo
status quo e che vede la Germania capofila del fronte del “no” in seno
al Consiglio. Molte delle merci che girano in Europa hanno una
provenienza sconosciuta. Il volume dei prodotti contraffatti si aggira
sui 200 miliardi di euro l’anno a livello mondiale. In Italia il mercato
del ‘falso’ vale, secondo Confcommercio, 17 miliardi e una perdita di
185 mila posti di lavoro. E sappiamo che i guadagni di questa economia
parallela finiscono spesso alla criminalità organizzata, a quelle mafie
che fatturano annualmente in Italia 150 miliardi di euro. L’Italia,
purtroppo, è prima in Europa per consumo di beni contraffatti».
Nel 2012 è stata premiata col Mep Awards quale migliore
deputata europea per il Mercato interno e protezione dei consumatori. In
cosa ha consistito la sua attività di relatrice sulla standardizzazione
europea?
«Dal primo gennaio 2013 in tutti i Paesi membri è in vigore il
regolamento sulla produzione degli standard che la plenaria di
Strasburgo ha approvato quasi all’unanimità. Il nuovo regolamento, che
ho seguito passo dopo passo come relatrice, vuole migliorare le norme
che governano il sistema di produzione degli standard tecnici europei
per prodotti e servizi. Confindustria ha salutato il provvedimento come
“importante novità per l’industria europea” e ha sottolineato come sia
una leva fondamentale per il rilancio della crescita e un modo per
sostenere la competitività delle aziende. Basti dire che tali standard
hanno un impatto sul Pil dell’Ue tra i 35 e 120 miliardi di euro l’anno.
La standardizzazione riduce i costi di produzione e di vendita a
beneficio dell’intera economia e migliora la qualità della vita dei
cittadini. Il sistema che abbiamo ridisegnato, pur rimanendo ancora
privato, volontario e basato sul principio della delegazione nazionale,
consentirà la più ampia consultazione dei rappresentanti di interessi
pubblici. Le Pmi saranno favorite nella partecipazione ai lavori,
riuscendo così a superare gli ostacoli, di natura burocratica e
linguistica, che fino a oggi non consentivano un loro ruolo attivo.
L’obiettivo è rendere compatibili più standard europei con quelli
internazionali per aprirsi ai mercati extraeuropei. Su questo punto, è
iniziato un dialogo con gli Usa grazie a una mia recente missione a
Washington».
Quale deve essere il tema della prossima campagna elettorale per lei? E, in ultimo, si ripresenterà?
«Confermo, sono candidata per le prossime elezioni europee, dove,
ricordo, vige un sistema a preferenze: dunque non si scappa. È la
democrazia. Il premier Letta ha più volte ribadito che la partita in
gioco per le elezioni del maggio 2014 sarà tra populismo e popolarismo.
Io credo che la sfida sarà tra i sostenitori “no euro” e chi, da
europeista convinto, come la sottoscritta, chiederà un cambio di passo
all’Europa stessa. Oggi nessuno vuole lo status quo».