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mercoledì 29 gennaio 2014

Lara Comi: "L'Europa deve incidere di più sull'economia reale"

Lara Comi - europarlamentare PPE ed esponente Forza Italia
 
«I provvedimenti europei vengono attuati spesso in ritardo dagli Stati» 
E cita il caso italiano della direttiva sui pagamenti alle aziende.

Bruxelles: Cinque anni di Europa ormai alle spalle. Per prima cosa: un giudizio sul suo mandato e su ciò che ha prodotto il Parlamento europeo in questi anni.
«Credo di avere lavorato molto in Europa, e bene, ma saranno i cittadini a giudicare se ho operato con risultati soddisfacenti. Mi è stato concesso l’onore e la responsabilità, a meno di 30 anni, nonostante fossi la più giovane europarlamentare italiana, di essere relatore di dossier importanti. Tra questi il nuovo regolamento sulla produzione degli standard, fondamentali per gli interessi di 23 milioni di aziende europee e di 500 milioni di cittadini dell’Ue. Sono stata relatrice per il Parlamento europeo del regolamento sulla denominazione dei prodotti tessili, di quello sulla sicurezza generale dei prodotti e sulla protezione dei dati. Ho seguito la direttiva ritardi dei pagamenti. Il Parlamento europeo in questi anni ha varato provvedimenti importanti, soprattutto a favore delle Pmi. Oltre alla standardizzazione e alla direttiva ritardi, va ricordato lo Small Business Act, il codice per le piccole imprese, Erasmus per i giovani imprenditori, il regolamento sui prodotti tessili e su quelli alimentari, il piano Cosme, fondamentale per il sostegno al credito e all’internazionalizzazione, il programma potenziato a favore di ricerca e innovazione, le direttive e i regolamenti a completamento del mercato unico, il brevetto europeo».
Questi anni di mandato sono stati contraddistinti da una profonda crisi economica che ha, inevitabilmente, mutato l’idea di Europa: rafforzandola per molti aspetti ma anche alimentando un generale euroscetticismo rafforzato da spinte populistiche. Come è stata vissuta la crisi e se ci sono stati interventi efficaci da Bruxelles.
«L’Europa si è mossa in ritardo e la prima risposta è stata quella dell’austerity. Sono stati varato il “six-pack”, il “two-pack” per un maggiore controllo delle politiche di bilancio. Giusto mettere in conti in ordine, altrimenti le crisi finanziarie diventano crisi economiche. Ma poi si è visto che il solo rigore non bastava, anzi rischiava di aggravare la situazione. Ora c’è finalmente maggiore condivisione per una linea che punti sulla crescita. Complice la crisi, è stata finalmente decisa una road map verso le quattro unioni: bancaria, economica, fiscale e politica. Ma a mio giudizio servono modifiche anche dei Trattati se vogliamo veramente perseguire l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa. La Bce, per esempio, deve diventare prestatore di ultima istanza sul modello della Federal Reserve americana. Continuare a esercitare il mero ruolo di stabilizzatore dei prezzi è insufficiente. Deve incidere di più sull’economia reale e non certo attraverso strumenti estemporanei o eccezionali come il prestito di mille miliardi alle banche con un tasso di interesse all’uno per cento, senza che ciò abbia fatto sentire i suoi effetti, in termini di maggiore apertura al credito, a imprese e famiglie».
L’accusa che viene spesso usata contro l’Europa è il presunto immobilismo rispetto alle esigenze dei singoli paesi e ad un presunto eccesso di burocrazia. E’ veramente così oppure è un modo per accendere i riflettori solo per le cose “negative” dell’Europa?
«L’80% delle leggi italiane sono un recepimento di direttive o regolamenti europei. Semmai il problema è che spesso i provvedimenti europei vengono attuati in ritardo dagli Stati membri. Penso, e mi scuso per il gioco di parole, alla direttiva sui ritardi nel pagamento dei crediti delle imprese da parte della pubblica amministrazione. Che è entrata in vigore in Italia tre anni dopo l’approvazione da parte della plenaria di Strasburgo».
Per arrivare ad una più forte integrazione in Europa quale percorso si sente di suggerire?
«Occorre ridisegnare una nuova Europa. Nel programma del Pdl per le elezioni nazionali dello scorso febbraio erano già indicati alcuni punti cruciali per un vero cambiamento: attribuzione alla Bce del ruolo di prestatore di ultima istanza sul modello della Federal Reserve americana, eurobond e project bond, esclusione delle spese di investimento dai limiti del Patto di stabilità europeo, elezione popolare diretta del presidente della Commissione europea, ampliamento della potestà legislativa del Parlamento europeo».
Parliamo delle sue battaglie: lei sostiene con tenacia il progetto “Orizzonte 2020”. Di cosa si tratta? Quali sono le sue aspettative?
«È il programma quadro per la ricerca e l’innovazione che gestirà fondi per 70,2 miliardi nei prossimi 7 anni. La dotazione è aumentata di 22 miliardi rispetto al precedente programma. Uno sforzo non indifferente che lancia un messaggio coraggioso e chiaro: si esce dalla crisi investendo nella ricerca e nell’innovazione. Il nuovo programma post 2013 è molto innovativo e mira al supporto alla crescita di nuove imprese, all’ammodernamento delle università, alla fondazione di centri di ricerca d’avanguardia. La promozione dell’eccellenza scientifica consentirà di rafforzare la nostra leadership industriale e sosterrà le Pmi. E servirà a dare un freno al fenomeno tristemente noto dei “cervelli in fuga”, di coloro che si sono formati all’interno degli Stati membri dell’Unione e che poi si recano in Paesi extraeuropei per avere delle valide opportunità per mettere a frutto le competenze acquisite».
Un altro tema “caldo” nella sua agenda è la “questione giovanile”: formazione e occupazione di noi giovani; come è stata affrontata?.
«La disoccupazione giovanile in Europa è del 23 % ma è a macchia di leopardo. I tassi più bassi sono in Germania, dove è al 7,5%, e in Austria all’8,6%; e ha picchi in Spagna al 57,7% e in Grecia al 57,9%, mentre in Italia è al 41,6%. La perdita economica imputabile al disimpegno dei giovani dal mercato del lavoro è stata stimata in 153 miliardi di euro. La conferenza per l’occupazione giovanile che si è tenuta a Parigi, presenti i leader Ue, ha deciso di mettere in campo 45 miliardi di euro per contrastare la disoccupazione dei giovani in Europa, soprattutto attraverso tre strumenti fondamentali: il primo è la Youth guarantee, con l’obiettivo che tutti i giovani di età inferiore a 25 anni ricevano un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio entro un periodo di quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema d’istruzione formale. Quindi, attraverso i finanziamenti della Bei e del Fondo sociale europeo. Personalmente ritengo interessante la proposta, che ho sottoscritto, avanzata dai giovani del Partito popolare europeo dello Yepp: riduzione delle imposte per le aziende che impiegano giovani under 30; colmare il divario tra istruzione superiore e mercato del lavoro prevedendo apprendistati e tirocini come parte integrante del curriculum di tutti gli studi e relativi corsi; spingere i giovani all’autoimprenditorialità garantendo il sostegno alle start-up con venture capital e attraverso incubatori di imprese sul modello americano».
E’ stata vicepresidente per il mercato interno e la protezione del consumatore e ha lotta ancora per la difesa del marchio Italiano: con quali risultati?
«Da quando sono entrata in Parlamento, nel 2009, mi sono spesa in ogni modo sulla battaglia per il “made in” che contempli la chiara indicazione di provenienza dei prodotti in etichetta, che valorizzerebbe la manifattura italiana. La commissione Mercato interno del Parlamento, di cui sono membro, ha recentemente approvato la nuova proposta di Regolamento presentata da Antonio Tajani, responsabile Ue per l’industria e Tonio Borg, commissario alla Salute che impone l’indicazione di origine dei prodotti. Un successo che però ora dobbiamo difendere contro gli degli interessi dei Paesi del Nord a mantenere lo status quo e che vede la Germania capofila del fronte del “no” in seno al Consiglio. Molte delle merci che girano in Europa hanno una provenienza sconosciuta. Il volume dei prodotti contraffatti si aggira sui 200 miliardi di euro l’anno a livello mondiale. In Italia il mercato del ‘falso’ vale, secondo Confcommercio, 17 miliardi e una perdita di 185 mila posti di lavoro. E sappiamo che i guadagni di questa economia parallela finiscono spesso alla criminalità organizzata, a quelle mafie che fatturano annualmente in Italia 150 miliardi di euro. L’Italia, purtroppo, è prima in Europa per consumo di beni contraffatti».
Nel 2012 è stata premiata col Mep Awards quale migliore deputata europea per il Mercato interno e protezione dei consumatori. In cosa ha consistito la sua attività di relatrice sulla standardizzazione europea?
«Dal primo gennaio 2013 in tutti i Paesi membri è in vigore il regolamento sulla produzione degli standard che la plenaria di Strasburgo ha approvato quasi all’unanimità. Il nuovo regolamento, che ho seguito passo dopo passo come relatrice, vuole migliorare le norme che governano il sistema di produzione degli standard tecnici europei per prodotti e servizi. Confindustria ha salutato il provvedimento come “importante novità per l’industria europea” e ha sottolineato come sia una leva fondamentale per il rilancio della crescita e un modo per sostenere la competitività delle aziende. Basti dire che tali standard hanno un impatto sul Pil dell’Ue tra i 35 e 120 miliardi di euro l’anno. La standardizzazione riduce i costi di produzione e di vendita a beneficio dell’intera economia e migliora la qualità della vita dei cittadini. Il sistema che abbiamo ridisegnato, pur rimanendo ancora privato, volontario e basato sul principio della delegazione nazionale, consentirà la più ampia consultazione dei rappresentanti di interessi pubblici. Le Pmi saranno favorite nella partecipazione ai lavori, riuscendo così a superare gli ostacoli, di natura burocratica e linguistica, che fino a oggi non consentivano un loro ruolo attivo. L’obiettivo è rendere compatibili più standard europei con quelli internazionali per aprirsi ai mercati extraeuropei. Su questo punto, è iniziato un dialogo con gli Usa grazie a una mia recente missione a Washington».
Quale deve essere il tema della prossima campagna elettorale per lei? E, in ultimo, si ripresenterà?
«Confermo, sono candidata per le prossime elezioni europee, dove, ricordo, vige un sistema a preferenze: dunque non si scappa. È la democrazia. Il premier Letta ha più volte ribadito che la partita in gioco per le elezioni del maggio 2014 sarà tra populismo e popolarismo. Io credo che la sfida sarà tra i sostenitori “no euro” e chi, da europeista convinto, come la sottoscritta, chiederà un cambio di passo all’Europa stessa. Oggi nessuno vuole lo status quo».
 

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